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Giuliano Boscaro, lo spray sulla tela. A cura di Paolo Vegas

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MILANO – Ciao Giuliano, sono contento di parlare con te, mi racconti un po’ del tuo lavoro ? Qual’è stato il tuo percorso artistico ? Ho visto che usi anche la fotografia, a me molto cara.

Si, a dire il vero io odio utilizzare la fotografia come base, poi ci sono state occasioni dove sono partito da un’immagine fotografica. Ho iniziato facendo il Liceo Artistico, sono stato bocciato e successivamente sono passato ad un Istituto Grafico diventando un Illustratore e un Web Designer. Artisticamente ho iniziato con il Writing, sono stati anni di sperimentazione poi, cresciuta una maggiore consapevolezza artistica, ho iniziato a dipingere su tela. Volevo che quello che facevo restasse e non venisse imbiancato ogni volta. Conoscendo l’amico artista Andrea Greco mi ha stimolato moltissimo avvicinandomi all’arte e da lì ho iniziato ad esporre, prima con lui poi personalmente.

ABBADIA 80X100 SPRAY SMATO SU TELA 2014

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Non è così percepibile dalle tue tele che eri un Writer, c’è stato un grande percorso di crescita, forse un nuovo atteggiamento ? Oppure ritieni che sia ancora presente nei tuoi lavori la tua anima da Street Art ?

Certo, mi fa piacere che me lo dici, vuol dire che il mio passaggio è stato molto forte, l’unica cosa che ho mantenuto dal mio passato di Writer sono le tecniche di lavoro, continuo ad usare tanto gli spray.

BERLIN 80X80 SPRAY LEGNO CATRAME SMALTO SU TELA 2010

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Quindi del tuo passato è rimasto soprattutto l’elemento tecnico, usi i materiali di un tempo.

Si, senza lo spray non riuscirei fare una tela, avere in mano uno spray e riuscire ad utilizzarlo in modo diverso, quindi su una tela e non per fare solo una scritta, è molto stimolante e mi rende ancora più felice, lo sento mio.

Mi hai accennato di mostre fatte, hai qualche Galleria che ti rappresenta ?

Le mostre le ho fatte tutte in maniera autonoma, con le Gallerie non ho mai avuto un contatto buono, preferisco rimanere un po’ sui miei passi, poi un giorno, trovassi una Galleria che riuscisse a seguirmi bene ne sarei felice. Sono un po’ complicato…sai Paolo…

COPENAGHEN 60X120 SPRAY SMALTO OLIO ACRILICI SU TELA 2010

COPENAGHEN 60X120 SPRAY SMALTO OLIO ACRILICI SU TELA 2010

Eh eh, non sei complicato, sei simpatico e, forse, molto più sicuro di te di tanti altri artisti che si lasciano guidare da altri. Hai nuovi progetti in cantiere ?

Si, ho deciso di ripartire su un progetto veramente mio, vorrei fare una mostra con nuovi lavori dove il tema sarà il rapporto tra uomo e natura. A me piace ricreare situazioni, frammenti sulla tela, dove l’uomo può spaziare e tornare a vivere, ora come ora in città manca un po’ lo spazio per pensare, vorrei trovare una linea di questo tipo.

MILANO BARCELLONA FISHEYE 100X210 SPRAY SMALTO SU TELA 2011

MILANO BARCELLONA FISHEYE 100X210 SPRAY SMALTO SU TELA 2011

C’è qualcosa che vuoi aggiungere rispetto quello che si è detto fin’ora ?

Si , vorrei aggiungere qualcosa sui Noi No Crew, il gruppo con il quale ho iniziato a scrivere con i graffiti. Con un amico, Save One, ho poi cominciato a dipingere su tela e fare le prime importanti mostre, una di queste dedicata ad un viaggio che abbiamo fatto a Berlino e Copenaghen, esperienze così forti che sono riuscito ad esprimere soltanto attraverso ai miei lavori. Sono frammenti di viaggio.

SIX O CLOCK AM 100X50 SPRAY CARTA SU TELA 2010

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Grazie Giuliano, io chiudo sempre con il chiedere se c’è un oggetto, un elemento o un personaggio come ad esempio un quadro, una scultura, una fotografia o una qualunque opera d’arte, oppure un disco, una canzone, un libro, una poesia o un artista che non ti abbandona mai e che porti da sempre e per sempre nel tuo cuore. Esiste qualcosa del genere nella tua vita di artista ? Se fossi l’ultimo abitante della terra cosa terresti con te ? Un’ opera da contemplare, un libro da leggere, una canzone da ascoltare o un personaggio con cui chiacchierare ?

Vorrei poter passare un po’ di tempo con Jean-Michel Basquiat e con Bob Marley, sono devoto alla musica Reggae, anche se non sono un rasta lo stile di vita è quello, un suo bel vinile e ascoltarlo con lui… in Giamaica però !

Milano, viaggio tra gli artisti dei Murales. A cura di Alessandro Sarcinelli

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IL REPORTAGE

Milano, viaggio tra gli artisti dei murales

Lettera43.it tra i writer milanesi.

di

Giuliano, in arte Swan, con la bomboletta in mano è pronto a dipingere il muro grigio lungo 20 metri. Ha solo 14 anni e le luci di Milano sono troppo lontane per illuminare quel campo in periferia.
Non ha neanche il tempo di iniziare che si rende conto di aver scelto il posto sbagliato per fare il suo primo murales: in quel campo ogni notte gli spacciatori si danno appuntamento con i loro clienti per vendere eroina lontani da occhi indiscreti.
LA PAURA PASSA IN FRETTA. Si cambia meta e quel muro sarà destinato a rimanere grigio per sempre.

Otto anni dopo racconta a Lettera43.it la sua avventura in modo distaccato, quasi non fosse successo a lui e ci spiega la sua concezione  artistica iniziando a produrre su tela.

  • Un murales di Swan.

VOGLIA DI ADRENALINA. Come lui centinaia di altri adolescenti hanno iniziato a dipingere illegalmente: un muro sotto casa, un vagone della metrò, un serranda di un negozio.
N., nato e cresciuto nella periferia Est milanese, per descrivere cosa prova quando scappa da un deposito ferroviario dopo un ‘lavoro’ ben fatto pesca dallo slang hip-hop: «C’hai la fotta: la voglia di fare cose pericolose, rischiare sempre di più».
PRIMA LA TAG, POI I DISEGNI. D’altra parte all’inizio non si hanno molte alternative: o si dipingono i muri del salotto di casa oppure si scende in strada e si cerca un posto abbandonato dove sfogarsi.
Si parte con la tag, la propria firma, nera e fatta di fretta con un pennarello; da lì ci si evolve, s’iniziano a fare scritte tridimensionali con lo spray a due o tre colori. Ma soprattutto si inizia a misurarsi con gli altri writer e si capiscono le regole del gioco.

La difesa dello spazio da parte delle crew

  • Un murales dei Nuclear 1.

La difesa dello spazio: parte anche da qui la cultura underground della street art.
Per chi dipinge, il territorio è rappresentato dal proprio quartiere e da un muro abbandonato. Basta solo questo per far nascere spontaneamente una crew: un gruppo di ragazzi, cresciuti fianco a fianco, magari vicini di casa, uniti dalle prime tag insieme.
Si sogna di diventare come Noce, quello che arrivava sui cornicioni dei palazzi a 20 metri d’altezza e non si è mai scoperto che faccia avesse. S’inizia a passare le notti a progettare scritte appariscenti o l’invasione di uno spazio altrui.
LO SCONTRO TRA GRUPPI. È così che nel 2008 N. e i suoi amici conobbero quelli della vecchia guardia: «Avevamo appena iniziato e andammo a riempire un muro di nostre tag. Il giorno dopo le trovammo tutte coperte. Lasciammo quindi un’ora e un luogo sul muro come appuntamento per chiarirci».
La notte successiva si presentò davanti a loro il capo di una storica crew nata negli Anni 90 e capirono di aver scelto il muro sbagliato. Compresero l’errore, furono perdonati e tutto finì lì.
Non andò così bene l’anno successivo, quando un litigio per un territorio invaso sfociò in una violenta rissa.
MODA NATA NEGLI USA. «Il writing è un fenomeno ‘bastardo’ non si scherza. Se sei di un’altra crew rimarrai sempre un nemico e non faremo un lavoro insieme», spiega un altro writer dell’hinterland milanese.
Tuttavia non tutti la pensano così; molti ragazzi infatti cominciano a prendere le distanze dalle regole non scritte della strada. Considerano gli scontri tra crew una patetica imitazione del fenomeno nato negli Anni 80 nei ghetti delle città americane; ma soprattutto s’infervorano quando vedono graffiti belli ed elaborati rovinati da semplici scarabocchi.

Passata l’adolescenza, si contribuisce ad abbellire la città

Dopo i 20 anni, quando la «fotta» si è attenuata, ma non la voglia di dipingere, molti writer intraprendono nuovi percorsi. Non si fanno più le scritte e ci si avventura verso il figurativo.
L’obiettivo non è più riempire i muri di Milano con il proprio marchio, ma contribuire ad abbellire la città. Vengono organizzate legalmente delle jam, intere giornate dedicate al writing. Si sceglie un cavalcavia o una massicciata di cemento della ferrovia e, senza l’ansia di venire arrestati, si prova a esprimere il proprio talento.
«Cresce la componente artistica, ma anche la tecnica. Dietro ogni lavoro c’è un progetto e vengono disegni molto più complessi», racconta Mario, 33 anni; uno che come tutti ha iniziato con le tag, non rinnega il passato e adesso viene chiamato da privati per realizzare pezzi su commissione.
NON SOLO GRAFFITI. Swan, invece, alterna graffiti sui muri durante le jam a pezzi su tela: «Ero arrivato al punto che non distinguevo più il muro grigio e la mia tag. L’incontro con artisti affermati, tra cui Bros, mi ha fatto cambiare la visione del writing».
Poi c’è l’altra faccia della medaglia: i duri e puri che non vogliono sentire parlare di tele, soldi e legalità: «Questa arte è nata nei ghetti e là deve morire. Chi fa altro è un traditore», attacca N.

  • Murales al Centro Sociale Zam.

Ma se dall’interno del movimento è netta la distinzione tra chi abbellisce la città e chi vuole solo tappezzarla con le sue firme, Milano non sembra accorgersene e bolla come vandalo chi gira con una bomboletta in mano.
Qualche mese fa, per esempio, un prete aveva chiesto a 20 writer di dipingere i muri della sua parrocchia. Ma mentre i ragazzi lavoravano, chiunque passasse da quelle parti, giovane o anziano, li insultava e per tre volte fu chiamata la polizia. Solo il tempestivo intervento del prete riuscì a calmare i bollenti spiriti degli amanti dei muri grigi.
NEL RESTO D’EUROPA È ARTE. «A Milano non è stato fatto il salto culturale e il writing non è ancora visto come un’arte», afferma sconsolato uno di loro.
Diverso è il clima nel resto d’Europa; chi ha girato Berlino, Barcellona ma anche Parigi e Vienna sa quanto siano stati valorizzati i lavori e gli artisti di quei Paesi.
PASSI AVANTI CON PISAPIA. Intanto nel capoluogo lombardo rimangono decine di spazi, fabbriche, case popolari abbandonate e grigie. «Basterebbe veramente poco per abbellire la nostra città in modo legale», Mario n’è convinto anche se ammette che qualcosa è cambiato: «Con Giuliano Pisapia si sono fatti dei passi in avanti, ma non è ancora abbastanza».
Si sentono poco capiti, ma è solo questione di tempo, ne sono sicuri: «Tra 50 anni qualcuno di noi sarà sui libri di storia dell’arte». Qualche pagina dopo Andy Warhol.

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Noi No Crew
E’ nata nel 2007 dall’incontro di cinque giovani creativi ritrovatisi in classe insieme:
Swan, Save, Damnine, Norta e Jace. Hanno iniziato la loro attività come writers, sono poi passati alla tela, ad altri tipi di supporti, all’oggettistica. Il loro eclettismo li spinge a scovare ed a creare l’arte più in generale ovunque ne vedano la possibilità.
Apprezzano l’oggettistica e l’utilizzo dei più disparati materiali nelle composizioni artistiche per la possibilità di partire da oggetti scartati dalla società, rifiuti, cose raccattate dalla strada e mediante la creatività infondervi un valore, tanto artistico quanto commerciale, in quanto là dove vi è una persona disposta a pagare per un oggetto creato a costo zero vi è anche il riconoscimento di un valore dell’arte.
Ora a dipingere, tanto su tela quanto su muro sono soprattutto Swan e Save.

Mostra
Il 30 Aprile allo Younite Cafè di Viale Bligny si è svolta ‘A Unite Color’ la prima esposizione dei lavori di Swan e Save organizzata interamente da loro e dai loro managers ed amici del Double Chance Lab.
La mostra è durata una sola serata durante la quale gli artisti hanno esposto il significato ed il percorso che sta dietro ogni loro opera e dato vita ad una prestazione di performance art.

Perchè organizzare una mostra, era una vostra necessità o pensavate di rispondere ad un bisogno delle persone?
Alla base di tutto c’è come sempre la volontà di comunicare, mandare il proprio messaggio; la mostra è anche uno sfogo, ma non vogliamo sia solo per noi, deve poter liberare anche chi osserva il nostro lavoro: la nostra arte, i colori, devono colpire e risvegliare la mente. Consideriamo l’arte una cura per la società, è una via d’uscita dalla normalità della città che, grigia, finisce per incupire l’animo delle persone. Anche perchè ognuno di noi ha un talento; crediamo che tutti siano artisti in qualche campo nel momento in cui ciò vuol dire esprimere sè stessi, dei sentimenti e delle idee, diverso è il modo in cui ognuno di noi può farlo al meglio.
Ci interessava il fatto di mandare un nostro messaggio, per questo abbiamo organizzato tutto noi: per poter sciegliere in libertà cosa dire alla gente e di conseguenza creare i quadri: prima viene l’idea, poi l’opera in sè.

Che significato ha la frase “La notte che colorammo la città”, motto della serata?
Significa che grazie a questo evento speriamo che le persone trovino uno stimolo in più per ampliare i propri orizzonti, per dare nuovi colori alla propria città, al modo in cui vivono la vita.
I colori sono la creatività, i liberi pensieri, tutto ciò che è nuovo contrapposto a ciò che è grigio e così passato ed accettato da non essere più oggetto di riflessione, ma dato di fatto accettato passivamente. Il messaggio è: aprirsi, comunicare e lasciar fluire le proprie idee; è un invito al non chiudersi nel rifiuto del diverso, del colorato, pensando solo per omologazione.
La comunicazione è anche unione, e l’unione è forza.

Che importanza ha Milano, la città, nella vostra opera?
Entrambi siamo nati qui ma abbiamo vissuto e siamo cresciuti a Locate Varesino fino a qualche anno fa. E’ solo con l’inizio del liceo qui a Milano che abbiamo iniziato a vivere questa metropoli, ed è proprio l’incontro con questa grande realtà a far scaturire definitivamente la nostra forza artistica: giunti in uno scenario tanto diverso dalla realtà del paese di provincia da dove venivamo lo scontro con tanta novità ci ha dato la possibilità di rielaborare quello che era stato la nostra vita fino a quel momento: solo rimettendo in discussione tutto siamo diventati quelli che siamo; e dopo aver fatto questo salto da Locate a qui, ora che siamo nati a Milano anche artisticamente, sappiamo che questa città ha bisogno di un’ulteriore apertura, ha bisogno di crescere creativamente per arrivare al livello delle grandi città europee e non.
Sognamo una metropoli come Parigi, o New York, dove l’arte sia intesa come fondamentale per lo sviluppo.

Durante le mostra avete iniziato a comporre un quadro sotto gli occhi del pubblico che è poi stato invitato ad aggiungere propri tocchi di colore per entrare a far parte del processo creativo e dell’opera intesa come performance. Avete spinto tutti i presenti a divenire artisti della stessa opera, perchè?
Abbiamo detto che per noi nell’arte è fondamentale l’idea che sta dietro l’opera e che la partecipazione e la comunicazione sono parti del messaggio di tutta la mostra.
Proprio questo ci ha spinti a organizzare questa performance: inizialmente quando eravamo lì in vetrina, a dipingere davanti a tutte quelle persone, eravamo talmente eccitati ed appassionati dal lavoro che era come se ci fossimo stati solamente noi, la tela, il quadro, l’arte, un’idea e il sentimento che stavamo esprimendo; poi però la gente ha preso in mano la tavolozza ed ha condiviso il proprio colore col proprio tocco sulla tela: da quel momento anche loro sono stati con noi, hanno vissuto con noi. Di fatto sono entrati nel quadro con la totale libertà di comunicare quello che sentivano: le loro immagini si sono unite alle nostre, ed i loro sentimenti hanno partecipato a quella parte dei nostri che avevamo infuso nella pittura.
Questa partecipazione e questa unione delle idee di tante persone rappresenta la vera opera d’arte oggetto della performance.

Differenza Muro-Tela
Sta nel fatto che molti l’opera sul muro la vedono male, la considerano una cosa negativa: c’è una volontà di fare un dispetto, la voglia di uno scontro con la società che non risponde alle esigenze di tutti. C’è alla base del pezzo su un muro pubblico un certo disagio che viene espresso nell’atto del writing pubblico.
Ma questo non è tutto: il muro, la strada, rimane importante, è anche ispirazione, è un modo per raggiungere tutti. Ma il pezzo può anche essere un punto di riferimento, come un monumento qualunque.
Il fatto di vedere un’opera paretale in un posto dovre non dovrebbe esserci, dove di rigore dovrebbe esserci un muro grigio, colpisce e apre la mente, scardina il pregiudizio sulla città, ispira.
La tela semplicemente si inserisce in una tradizione gia’ consolidata, si mette nella legalità e quindi trova più facilmente spazio sul mercato. Il fatto di un dipingere su muro piuttosto che su tela può modificare la forma dell’opera perchè la strada è ispirazione, il contrario vale per il lavoro su tela, ma il messaggio che c’è dietro può essere lo stesso su entrambi i supporti.
Si modifica solo su un secondo piano, nelle diverse modalità con cui l’opera è accolta: su tela è più tradizionale e crea meno attrito, ma allo stesso tempo la trasmissione del messaggio può uscirne rafforzata: c’è maggiore apertura.

Vandalismo-Arte
La differenza tra vandalismo e graffiti writing sta nel messaggio che si vuole mandare, nel modo di fare il pezzo.
Una semplice Tag può essere artistica come può invece essere pura espressione di se stessi e voglia di far circolare il prorio nome su spazio pubblico.

Quando nel giovane writer nasce il desiderio di fare arte la Tag è importante perchè serve a farsi conoscere, a far sentire tramite un marchio rielaborato col colore e tecniche diverse la propria voce e la propria bravura. Poi però un writer deve crescere e si ritrova davanti ad un bivio: può continuare a “fare il cazzone” ed imbrattare, oppure fare vera arte. E ciò non vuol dire affatto abbandonare il muro per la tela o altre forme, ma utilizzare quello spazio in maniera diversa, con un’ottica più consapevole.
Il fatto che la Tag applicata senza un adeguato lavoro di forma e colore, ma scarabocchiata in bella mostra quasi meccanicamente, sia un cosa stupida magari lo si capisce solo dopo, quando c’è un’evoluzione dell’artista, ma inizialmente è importante.

E’ giusto che il comune combatta l’indiscriminata applicazione di tags e pezzi sui muri della città; è un bene che al giovane writer sia impedito di riempire a sua volontà i muri dei cittadini e che la polizia faccia il proprio lavoro al riguardo.
E’ anche normale che faccia arrabbiare che uno arrivi e dipinga la tua parete a suo piacimento, specialmente se non si sforza di fare qualcosa in più di una firma. E sono fortemente da condannare i vandali come quelli che dopo la vittoria dello scudetto dell’inter hanno imbrattato il Duomo; noi non potremmo mai rovinare un monumento, proprio perchè siamo artisti e comprendiamo il suo valore, non potremmo fare a meno di chiederci prima ‘chi siamo noi per fare questo?’.
Alternative alla repressione
Ma l’altra faccia della medaglia è che quello del writing, e più in generale della street art, l’arte pubblica portata nelle strade o che da lì origina, è un fenomeno che non si può contrastare con la mera  repressione senza sforzarsi di trovare delle alternative che rispondano alle esigenze dei cittadini.
Mancano degli spazi di aggregazione per i writers, così come mancano spazi ed occasioni di aggragazioni per i giovani in generale. Ormai le poche volte che le grandi folle si riuniscono sono per motivi quali, appunto, la vittoria dell’inter; mancano le occasioni per ritrovarsi nel segno di idee e principi più profondi e questo ruolo può occuparlo almeno in parte proprio la street art. Mancano luoghi dove i giovani graffitari che iniziano a lasciare le proprio tags in giro possano essere istruiti e guidati da artisti più esperti che gli indichino la giusta strada, in modo da limitare il fenomeno del vandalismo e spingere invece verso la riflessione creativa. Mancano o, peggio, vengono tenuti chiusi spazi dove gli artisti possano lavorare, creare e lasciare il loro messaggio in un ambito di legalità, dove vi sia la possibilità di confrontarsi, scambiare, interagire e colorare il grigio della città senza la barriera dell’ostilità nei confronti di chi compie un gesto illegale.

venne aperto un paio di anni fa il primo spray park d’italia, al Campo Sportivo Comunale a Mazzo di Rho, su iniziativa della giunta Pessina, gli artisti sono arrivati da lontano per poter dipingere su un pezzo di muro a loro disposizione, con la certezza di non veder cancellata la loro opera per almeno trenta giorni, quando quella di un altro artista avrebbe preso il suo posto. In questo modo si riduce il vandalismo perchè dove c’è possibilità di esprimersi legalmente vi sono meno ragioni per farlo illegalmente; perchè all’interno di uno spray park trova spazio chi fa arte, non chi imbratta, e perchè dove c’è aggragazione c’è la possibilità di crescere meglio, con l’esempio di chi sa quello che fa, con la bomboletta in mano.

La sezione di Rho della Lega Nord aveva accolto la notizia dell’apertura del parco come ‘gravissima’, parlando poi di ‘un’invasione di writers che insozzano la città’.

Bros
Swan ha frequentato con Bros il liceo artistico Lucio Fontana; è stato proprio l’incontro col più esperto writer a spingerlo verso il mondo della street art.

Sono convinti che Bros non sarà costretto a pagare tutto ciò che il comune gli richiede, ma il processo è importante soprattutto in quanto Bros è stato preso come capro espiatorio di tutto il movimento; lui che è uno dei pochi a non aver mai fatto una tag nè imbrattato un muro tanto per farsi vedere: lui ha sempre compreso il valore dell’arte e vi è sempre un messaggio artistico nei pezzi che fa. In pratica è lui che ora ci smena per le tag senza significato eseguite da tanti writers meno coscienzosi di lui.

Una volta un’opera di Bros, Blood Diamond, venne ricoperta. Lui ingaggiò un gruppo di giovani studenti d’arte e gli fece ‘restaurare’ il muro, riportando alla luce l’opera nascosta. Gesto di valorizzazione dell’oper in sè: non un semplice simbolo(tag)da ripetere.

Secondo loro Bros sceglie il muro più visibile perchè nella sua arte c’è un messaggio, che può essere legato sia all’opera particolare( sweet art: cibo per gli occhi) sia alla sua attività di writer in generale: vedere un bel ‘pezzo’ apre la mente sulla tematica della street art e sui disagi degli scontri tra le diverse esigenze della cittadinanza.

Lucifero Troia
Da una quindicina d’anni un writer si aggira per le vie della città…
Save: una mattina vidi in metrò una signora piuttosto anziana che scriveva sul vagone: è lei che scrive lucifero troia.